Pergola bioclimatica sul terrazzo: sicurezza del parapetto e lavori in quota durante il montaggio

Pergola bioclimatica sul terrazzo: sicurezza del parapetto e lavori in quota durante il montaggio

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Chi sceglie una pergola bioclimatica per un terrazzo o per un lastrico solare di solito ragiona su tre cose: quanta ombra fanno le lamelle, come si scarica l’acqua, che effetto avrà la struttura vista dalla strada. Il bordo del terrazzo resta sullo sfondo. Eppure è proprio lì che si concentra il rischio maggiore, sia nei giorni del montaggio sia negli anni successivi, quando qualcuno dovrà salire a pulire le lamelle o a controllare un motore.

In questo articolo vediamo cosa dice la normativa sui lavori in quota, come leggere lo stato del parapetto esistente e quali accorgimenti tengono in sicurezza chi monta e chi fa manutenzione.

Quando il montaggio diventa un lavoro in quota

La definizione è nel Testo unico sulla sicurezza, il D.Lgs. 81/2008. L’articolo 107 considera lavoro in quota l’attività che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 metri rispetto a un piano stabile. Un terrazzo al primo piano supera già questa soglia. Un lastrico solare all’ultimo piano di un condominio la supera di molto.

Per la squadra che installa la pergola questo ha conseguenze precise. L’articolo 111 impone al datore di lavoro di dare priorità alle misure di protezione collettiva rispetto a quelle individuali, e l’articolo 115 indica quali sono le protezioni collettive da preferire: in primo luogo i parapetti, poi le reti di sicurezza. Solo se queste non sono attuabili si passa ai sistemi individuali, cioè imbracature collegate a un punto di ancoraggio sicuro.

Tradotto in pratica: se il terrazzo ha già un parapetto efficiente, il cantiere parte con la protezione principale già in opera. Se il parapetto è basso, rovinato o assente su un lato, va risolto prima di salire con profili e pannelli.

Il parapetto esistente: cosa verificare prima di forare il pavimento

Un parapetto costruito trenta o quarant’anni fa non è automaticamente adeguato. Può essere stato pensato per un uso diverso, può aver perso resistenza, può essere diventato più basso dopo un rifacimento della pavimentazione. Prima di fissare i piedi della pergola conviene controllarlo con calma, su tutti i lati verso il vuoto.

Altezza utile

Il riferimento più citato è l’Allegato IV del D.Lgs. 81/2008, che descrive il cosiddetto parapetto normale. Deve essere costruito con materiale rigido e resistente in buono stato di conservazione, avere un’altezza utile di almeno un metro ed essere formato da almeno due correnti, con quello intermedio a circa metà distanza fra il corrente superiore e il pavimento. Se a questo si aggiunge una fascia continua appoggiata sul piano di calpestio, alta almeno 15 centimetri, si parla di parapetto normale con arresto al piede.

Lo stesso allegato considera equivalente qualsiasi protezione (muro, balaustra, ringhiera e simili) che offra condizioni di sicurezza non inferiori. Un muretto pieno, quindi, va bene se ha l’altezza e la solidità richieste.

La parola da tenere a mente è utile. L’altezza si misura dal piano su cui si sta in piedi, non dal pavimento originario. Capita che una pergola bioclimatica poggi su una pedana o su un basamento rialzato per livellare il terrazzo e far passare i cavi. Una pedana di 15 centimetri accanto a un parapetto alto un metro lo riduce, di fatto, a 85 centimetri per chi ci cammina sopra. È un dettaglio che conviene misurare sul progetto, prima che la pedana sia posata.

Resistenza e fissaggi

L’altezza si controlla con un metro. La resistenza no. L’Allegato IV chiede che il parapetto sia costruito e fissato in modo da resistere, nell’insieme e in ogni sua parte, al massimo sforzo a cui può essere sottoposto, tenendo conto delle condizioni ambientali e della funzione specifica.

Sul fronte strutturale il quadro è dato dalle Norme tecniche per le costruzioni approvate con il decreto ministeriale 17 gennaio 2018. La circolare applicativa del Ministero delle Infrastrutture (n. 7 del 21 gennaio 2019), nella parte dedicata agli interventi sugli edifici esistenti in muratura, contiene un’indicazione esplicita: è opportuno verificare la sicurezza dei parapetti, spesso inaspettatamente poco resistenti.

Segnali da non ignorare: ferri di ringhiera con ruggine alla base, intonaco che si stacca dove i montanti entrano nel muretto, copertine in pietra che si muovono, crepe orizzontali lungo il piede del parapetto. In presenza di uno di questi segni la valutazione spetta a un tecnico abilitato, prima del montaggio.

Chi vuole un riepilogo delle norme che entrano in gioco, dalle protezioni provvisorie dei bordi secondo la UNI EN 13374 ai parapetti fissi per l’accesso a impianti e coperture, trova una scheda dedicata ai requisiti dei parapetti, con il richiamo al Testo unico e alle NTC 2018. Per il testo coordinato del decreto, il Ministero del Lavoro pubblica il Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro in formato integrale.

Se il parapetto manca o non basta

Può succedere sui lastrici solari, dove il bordo è segnato solo da un cordolo o da una copertina di pochi centimetri. In questi casi per il cantiere servono protezioni provvisorie dei bordi, regolate dalla UNI EN 13374, che si montano prima di iniziare e si smontano alla fine. Lo stesso vale per eventuali passerelle o piani di lavoro: l’articolo 126 del Testo unico prevede che impalcati, ponti di servizio, passerelle e andatoie posti a più di 2 metri abbiano su tutti i lati verso il vuoto un robusto parapetto in buono stato di conservazione.

Resta poi la questione dell’uso quotidiano. Un terrazzo con una pergola diventa un ambiente vissuto, con tavoli, sedie e bambini. Se il parapetto era già al limite, il momento dell’installazione è quello giusto per adeguarlo.

La pergola non è un punto di appoggio per il parapetto

Un errore da evitare è fissare i montanti della pergola al parapetto, oppure usare il parapetto come sostegno per una trave perimetrale. Le due strutture lavorano in modo diverso. La pergola riceve vento e, se le lamelle sono chiuse, anche il peso della neve o dell’acqua che non è ancora defluita. Scaricare queste forze su un muretto o su una ringhiera pensata per fermare una persona significa sommare sollecitazioni che nessuno ha calcolato insieme.

Il discorso vale anche al contrario. Un montante della pergola collocato a pochi centimetri dal bordo può diventare un gradino: chi deve raggiungere un angolo alto della struttura è tentato di salirci sopra, e da quel momento il parapetto gli arriva sotto la vita.

Nella fase di progetto conviene quindi definire:

  • la distanza fra i montanti e il bordo del terrazzo;
  • il tipo di fissaggio al solaio e lo stato dell’impermeabilizzazione nei punti di foratura;
  • chi verifica il solaio o il lastrico, se la pergola ha un peso proprio rilevante;
  • da quale posizione si raggiungeranno motore, sensori e grondaie integrate.

Montare le lamelle senza sporgersi

Le lamelle orientabili sono la parte più delicata del montaggio, perché vanno inserite e regolate una per una in alto, spesso lungo il lato che dà sul vuoto. Qui la sequenza dei lavori conta più dell’attrezzatura.

Conviene preassemblare a terra, sul piano del terrazzo, tutto quello che si può: telaio, travi portanti, staffe. Poi si solleva e si fissa. Le lamelle si montano lavorando dall’interno della struttura verso l’esterno, con il corpo sempre rivolto al terrazzo e mai al vuoto. Se un lato della pergola corre parallelo al bordo, le ultime lamelle di quel lato sono il punto critico e meritano un piano di lavoro stabile, con le protezioni descritte sopra.

Le scale portatili appoggiate vicino al parapetto sono la situazione più insidiosa. Due gradini bastano a portare il baricentro di una persona sopra il corrente superiore. Quando la scala serve proprio lì, la soluzione è allontanarla dal bordo o usare una piattaforma con propri parapetti, non affidarsi all’equilibrio.

Manutenzione: il rischio che torna ogni anno

Il montaggio dura qualche giorno. La manutenzione dura quanto la pergola. Le lamelle accumulano polvere, foglie e residui che ne bloccano la rotazione; le grondaie integrate si intasano; i sensori di pioggia e vento vanno puliti. Spesso se ne occupa il proprietario, con la scala di casa.

L’articolo 2 del D.Lgs. 81/2008 definisce lavoratore chi svolge un’attività lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro: il proprietario che pulisce il proprio terrazzo non rientra in quella definizione. Il rischio fisico però è lo stesso. Le stesse regole di buon senso del cantiere restano valide: parapetto integro e di altezza adeguata, scala lontana dal bordo, nessun piede appoggiato su montanti, fioriere o sedute addossate al muretto.

Quando invece la manutenzione è affidata a una ditta, gli obblighi tornano pieni. Se l’intervento avviene a più di 2 metri dal piano stabile, si applicano le priorità dell’articolo 111 e dell’articolo 115: prima i parapetti, poi le reti, e solo in seconda battuta i dispositivi individuali agganciati a un ancoraggio sicuro. Su un lastrico solare senza parapetto e senza punti di ancoraggio, la ditta dovrà portare protezioni provvisorie anche per una pulizia di mezza giornata, e questo è un costo che si ripete ogni volta.

Un’ultima verifica pratica riguarda gli arredi. Fioriere, panche e contenitori addossati al parapetto aumentano la quota di calpestio vicino al bordo esattamente come una pedana. Vanno tenuti a distanza, oppure il parapetto va alzato di conseguenza, misurando l’altezza utile dal piano più alto su cui ci si può mettere in piedi.

Foto di katja senekovic¸ da Pixabay

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